Il forte appello di Giorgia, che riflette il sentimento e la sensibilità di larghissima parte della società civile, coincide con la preapertura della caccia, fissata domani da quasi tutte le regioni italiane.
Tante specie di uccelli, in questo periodo, hanno appena terminato la nidificazione, e molti calendari venatori regionali non applicano le nuove norme introdotte dall’articolo 42 della Comunitaria, che impongono tutele ben precise per i periodi di riproduzione e migrazione prenuziale.
Agli uccelli purtroppo, nei giorni a seguire, si aggiungeranno lepri, cinghiali, daini, caprioli e altre specie, per insanguinare il nostro Paese fino al termine di gennaio.
Le preaperture, queste compiacenti concessioni, si terranno in 13 regioni italiane. Altre quattro - Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Abruzzo - non le hanno deliberate, ma lasciano alle singole province la possibilità di farlo, dunque è la stessa cosa.
Solo Liguria e Piemonte, in tutta Italia, hanno deciso di non anticipare l’apertura della stagione, oltre alle province autonome di Trento e Bolzano. Molte regioni inoltre ignorano le nuove norme introdotte nella legge 157/92 così come modificate dalla legge Comunitaria 2009, approvata di recente in Parlamento. Il nuovo comma 1 bis dell’art. 18 della legge 157/92 introduce infatti il divieto di caccia nei periodi di riproduzione e migrazione prenuziale degli uccelli.
Secondo le indicazioni fornite di recente dall’ISPRA per una corretta applicazione delle nuove norme, le regioni avrebbero dovuto introdurre per alcune specie la sospensione totale della caccia, e per la quasi totalità di esse l’avvio dell’attività venatoria non prima del 1 ottobre per farla terminare fra il 31 dicembre e il 20 gennaio. Solo Lazio e Puglia hanno inserito nei propri calendari venatori la fine anticipata della caccia per i tordi, la beccaccia e diverse specie di anatre.
In ogni caso, l'atteggiamento delle amministrazioni locali è sempre, scandalosamente, quello di favorire una minoranza che pratica un'attività anacronistica, violenta, pericolosa, antiecologica, invisa alla popolazione e fondamentalmente diseducativa.
Gli unici a trarre giovamento dall'attività venatoria, oltre ai cacciatori stessi, sono alcuni soggetti politici e le industrie fabbricanti di armi. Altrimenti oggi, in un paese evoluto, sarebbe impossibile ravvisare in essa alcuna utilità sociale, né barlumi di giustificazione morale.