“Sciato meo” Fiato mio, mio respiro, mia anima. Così in Sicilia ci si rivolge alla donna – ma non escludo anche all’uomo – che al tempo stesso il respiro ci dona e ci toglie, donandoci e togliendoci insieme la vita e il suo senso.
La più essenziale delle funzioni, quella naturale per eccellenza, viene così trasposta nell’universo dei simboli e dei significati. Diviene cultura, e però cultura universale. E comunque “cosa” dell’essere umano.
Forse i tempi sono maturi per chiederci se non sia possibile spaziare oltre questi confini.
Fisicamente nessuno discute che il respiro non sia prerogativa esclusiva delle persone. Respirano gran parte degli animali, proprio come noi, anche se con ritmi diversi. Respirano altri animali in maniera diversa ma con la stessa funzione. Respirano le piante, e il loro respiro è contenitore, premessa e protezione del nostro. Respira il mare, respira il fuoco…
Il respiro del mondo è la condizione del nostro respiro. Le diverse modalità, i diversi ritmi, le intensità sono “altri” dal nostro, ma non alieni.
Fin qui, comunque, siamo ancora nel dominio del “naturale”. Non è certo poco, ma certo non è tutto.
Ciascuno di noi ha imparato a riconoscere la profonda influenza emotiva oltre che fisica, della qualità, velocità, impatto nell’aria sulle nostre emozioni. Quando si respira a pieni polmoni si compie un atto di sintonia con ciò che ci circonda che va ben oltre il mero dilatarsi della nostra cassa toracica. Il terrore, la paura invece il respiro lo bloccano.
Attraverso il nostro respiro noi “sentiamo”, nel bene e nel male, gli altri respiri che ci circondano.
Brezza e bufera non sono solo diverse e contrastanti condizioni del clima: sono interlocuzioni dell’animo.
Ma, come spesso accade, quello che ci è più vicino condiziona il nostro modo di esistere in maniera al tempo stesso più intima e sommessa ma più profondamente sentita. Parlo del respiro dei nostri animali.
Impariamo a riconoscerlo e, suo tramite, a capire stati d’animo, serenità, appagamento o sofferenza e infelicità. Impariamo, al solo saper ascoltare, a sintonizzare in una sorta di controcanto involontario ma non per questo meno armonioso, l’altro respiro con il nostro. Chi ha o ha avuto gatti capisce con chiarezza tutto questo.
Si potrebbe opporre che siamo di fronte ad una sintonia minore. Forse. E comunque è da chiedersi rispetto a quale situazione di confronto.
Il punto di riflessione – per me – sta nell’avere chiaro che l’atto più completo, naturale ed emotivo al tempo stesso, indicatore della nascita e della morte, non si dispiega da solo nel corso della nostra esistenza.
Mi piace pensare che il respiro non si attui in solitudine, e nemmeno che possa riconoscere come interlocutori solo gli altri esseri umani. Mi piace pensare che IL RESPIRO a tutte maiuscole sia somma di tanti respiri, diversi non solo per specie ma anche per appartenenza ai diversi regni della natura. E ai molteplici, ma poi non così tanto diversi, universi emotivi delle anime che lo esprimono.